Conoscere il vino

Le testimonianze storiche sulla coltivazione della vitis vinifera risalgono ad otto – novemila anni fa e riguardano principalmente la zona compresa fra l’attuale Iran e il Mediterraneo sud-orientale. Pare siano stati gli Egizi i primi veri coltivatori di vigneti da vino, mentre i Greci divennero più abili vinificatori, raffinando la tecnica della potatura per ottenere grappoli più ricchi e concentrati. E fu grazie a loro e ai Fenici che la vite approdò in Italia e in tutto il bacino del Mediterraneo. Ma fu soprattutto con i Romani che avvenne la penetrazione della coltura all’interno del continente – Francia, Spagna, Germania – e verso l’Europa orientale.
Nel corso dei secoli successivi un importante impulso alla coltivazione della vite fu dato dai  monaci delle grandi abbazie, nel periodo dell’alto Medioevo, la cui opera permise di mantenere salda la viticoltura anche nei difficili periodi delle invasioni barbariche e delle cicliche crisi economiche.
Col trascorrere dei secoli poi si assistette all’espansione della viticoltura della vite in tutte le province italiane, e, con l’Unità d’Italia (1861), si arrivò al censimento e al conseguente riordino varietale dei vitigni presenti sulla penisola.
Dovette però trascorrere ancora un secolo affinché i legislatori iniziassero un lavoro di tutela in difesa delle zone di produzione di qualità, con l’istituzione delle prime DOC.
Nel 1960 il mondo del vino cambia radicalmente. I produttori italiani, ai quali non sfugge quanto in quegli anni accade in Francia dal punto di vista commerciale, sentono sempre più la necessità di un rinnovamento radicale. E così nel 1963 nascono i disciplinari di produzione che saranno base di partenza per le DOC e successivamente per le DOCG (nel 1980 Brunello e Barolo ottengono per primi questo riconoscimento). Alla Vernaccia di S. Gimignano, che nel 1963 per prima ottenne il marchio di tutela della Comunità Europea DOC, seguirono inizialmente i vini più famosi (Chianti, Barolo, Amarone), poi tutti gli altri sino ad arrivare alle 300 DOC attuali, che a loro volta comprendono in certi casi una miriade di tipologie di vino, ciascuna con precise caratteristiche.
Negli anni ’70 la sperimentazione in vigneto porta all’inserimento dei vitigni cd. “internazionali” , in quanto presenti ovunque nella fascia temperata del pianeta dove è possibile il ciclo biologico della vite. Chardonnay e Sauvignon Blanc rappresentano i bianchi internazionali, mentre le cultivar dei rossi si chiamano Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, Pinot nero e Merlot.
Un’ulteriore svolta alla definizione finale del profumo e del sapore di un vino arriva con l’impiego delle barriques, contenitori che rilasciano aromi tostati e di vaniglia.
Negli anni ‘80 il binomio vitigno internazionale + vitigno autoctono, produce vini inventati in molte prestigiose aziende italiane.
Gli anni ’90 segnano per il nostro paese un momento importante poiché si intensifica il lavoro di sostituzione dei vecchi vigneti, attraverso un’attenta selezione di cloni, e si procede con gli studi di zonazione, messi in atto dagli enti preposti (Consorzi di Tutela ecc.) al fine di valutare il territorio in base a clima e tipologia del terreno quali agenti che interagiscono con le caratteristiche dei vitigni autoctoni. E il recupero dei vitigni autoctoni, di cui l’Italia è disseminata, è una scuola di pensiero che nell’ultimo decennio si è fatta strada. Dalle uve dei vitigni autoctoni del resto si ha la certezza di ottenere vini che raccontano il legame dell’uomo con la sua terra.

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